Recensione approfondita di Lies of P: la reinterpretazione oscura che sorpassa le aspettative

Chi: Round8 Studio e Neowiz. Cosa: un soulslike ispirato a Pinocchio. Quando: tornato sotto i riflettori negli ultimi mesi, complici sconti e passaparola. Dove: su PC, PlayStation e Xbox. Perché: capire se questa reinterpretazione cupa meriti spazio nel backlog autunnale di chi cerca sfide, stile e sostanza.
Un mito riforgiato nel ferro: ambientazione e tema
L’idea è semplice e ambiziosa: prendere il racconto di Collodi e calarlo in una città in decadenza, Krat, che somiglia a un incubo art déco intriso di fumo e ingranaggi. L’ambientazione dialoga con la memoria storica della Belle Époque, quando progresso e inquietudine avanzavano insieme.
La “bugia” diventa qui un atto identitario: mentire o dire la verità non è solo un bottone di dialogo, ma un asse attorno a cui ruota la domanda più antica, cosa ci rende umani. Il risultato è una cornice tematica coerente, supportata da architetture eleganti, macchine ottocentesche e manifesti che paiono usciti da una vetrina parigina prima della Guerra.
Per chi ama confrontare il videogioco con la storia, l’alchimia tra puppet e società industriale richiama le ansie della Rivoluzione industriale, quando automazione e lavoro manuale si scontravano non solo sui mercati, ma sul piano emotivo e culturale.
Combat system e level design: disciplina, ritmo e rischio
La spina dorsale del gioco è il combattimento. La “Perfect Guard” premia tempismo e lettura dei pattern: parare all’ultimo secondo erode la durabilità delle armi nemiche e apre spiragli, ma sbagliare significa pagare in salute. È un linguaggio di rischio/ricompensa che mette in scena duelli tesi, più coreografici che caotici.
La modularità delle armi — impugnature e lame intercambiabili — consente di cucirsi addosso lo stile preferito, mentre le “Fable Arts” aggiungono un tocco spettacolare che non tradisce la concretezza tattica. Le “Legion Arms”, dal rampino alla fiamma, funzionano da moltiplicatori situazionali: non sostituiscono la spada, la amplificano.
I livelli, più lineari di certi concorrenti, nascondono scorciatoie intelligenti e un ritmo di scoperta regolare. I boss, pur con picchi di difficoltà, evitano quasi sempre il trucchetto della resistenza eccessiva: chiedono precisione, non grind infinito. Un analista del settore mi ha detto: “È uno dei pochi soulslike recenti in cui il parry conta quanto l’esplorazione: il sistema ti educa senza dirti una parola”.
Difficoltà e accessibilità: severità ben pesata
Lies of P è esigente ma evita il sadismo. La gestione della stamina è leggibile, il recupero vita sulle parate rinforza l’idea di restare in faccia al nemico e imparare. Per chi teme muri insormontabili, gli Spettri evocabili con oggetti rari offrono un’ancora di salvataggio nei boss più feroci, senza snaturare l’esperienza.
Le opzioni di costruzione del personaggio crescono con il procedere: tra potenziamenti del P-Organ, affinità con le armi e rami statistici, il gioco consente aggiustamenti ragionati. Il respec non è immediato, ma più avanti esiste qualche margine di ricalibrazione, elemento utile per salvare build troppo sperimentali.
Non c’è multiplayer competitivo né co-op tradizionale, scelta coerente con la centralità del percorso individuale. L’apprendimento resta personale, ma il titolo concede strumenti per attutire i colpi più duri.
Narrazione e scelte morali: la bugia come meccanica
Qui la forma segue il contenuto: mentire apre strade, chiude missioni, altera relazioni e innalza o riduce il tuo “grado di umanità”. Le scelte non sono semplici interruttori: spesso il gioco ti chiede di interpretare contesti ambigui, domandandoti cosa protegga davvero l’umanità in un mondo di ingranaggi impazziti.
La scrittura non cade nel compiacimento criptico. Documenti ambientali, teatri dall’aria decadente e dialoghi allusivi compongono un mosaico che ricompensa l’attenzione. Il finale — anzi, i finali — restituisce peso a comportamenti accumulati lungo tutto l’arco, facendo percepire il viaggio come responsabilità, non come collezione di scelte cosmetiche.
Arte, suono e performance: acciaio, velluto e silenzi
Direzione artistica e illuminazione valorizzano metalli bruniti, vetrate screziate e quartieri operai, con un gusto per il dettaglio che rende credibile il lutto della città. La colonna sonora alterna camera e dissonanze, regalando ai boss leitmotiv riconoscibili senza diventare martellanti.
Su console current-gen il profilo a 60 fps è generalmente stabile e preferibile. Su PC, con hardware aggiornato, l’esperienza è solida, al netto di qualche micro-stutter sporadico. Il doppiaggio inglese è curato; i sottotitoli italiani sono chiari e ben impaginati.
Paralleli storici: ansie del progresso, ieri e oggi
In qualità di appassionata di giochi storici, ho ritrovato in Krat lo stesso groviglio di promesse e paure che percorreva le capitali europee a cavallo del secolo: fabbriche efficienti, classi in fermento, vetrine scintillanti e retrobottega pericolosi. Le marionette di Lies of P funzionano come specchi delle nostre ansie tecnologiche: strumenti di emancipazione che, se sfuggono di mano, divorano i loro padroni.
Non è pedanteria storica, ma un filo rosso tematico che dota l’azione di uno spessore inusuale per il genere. Laddove tanti soulslike inseguono l’icona, qui c’è un’idea di mondo credibile, nata dall’osservazione di come il progresso, da sempre, porti con sé effetti collaterali imprevisti.
Limiti: ripetizioni e una prudenza di troppo
Qualche area secondaria ricicla asset e trucchi d’imboscata già visti, e certe hitbox sui colpi più ampi richiedono un aggiustamento ulteriore. La prudenza del level design, pur elegante, talvolta rinuncia a deviazioni ardite che avrebbero potuto sorprendere di più.
La curva di potenza di alcune build sbilancia a metà gioco, riducendo la necessità di sperimentare. Nulla che rompa l’esperienza, ma dettagli che un eventuale aggiornamento potrebbe limare.
Verdetto e consigli: perché scoprirlo adesso
Con l’arrivo dell’autunno e la corsa ai recuperi, Lies of P merita una posizione alta nella lista. Offre un combattimento disciplinato, un’identità visiva memorabile e un uso delle scelte morali coerente con il tema. È rispettoso della tradizione ma non servile: affila gli strumenti noti e li incastra in un contesto carico di senso.
Per chi ama i soulslike attenti al tempismo, per chi cerca una fiaba nera adulta e per chi vuole un’opera capace di parlare con il nostro presente attraverso il passato, è un sì convinto. Non rivoluziona la formula, ma la affina con misura e coraggio, superando le aspettative senza promettere ciò che non può mantenere.

