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Quando e perché sono nati i primi cheat code? L’aneddoto reale dietro gli espedienti più famosi

Chiara Castionidi Chiara Castioni· 02/08/2026 18:42
Quando e perché sono nati i primi cheat code? L’aneddoto reale dietro gli espedienti più famosi

Ho scoperto il primo cheat code della mia vita per puro caso, seduta al computer di mio fratello mentre giocavo a Doom. Una sequenza di tasti che trasformava gli zombi in anatre rosa. Non sapevo che dietro quella follia si nascondeva una storia affascinante, fatta di programmatori stanchi, debug appassionati e una pratica che avrebbe cambiato per sempre il modo di giocare ai videogiochi. Oggi, dopo anni nel settore e migliaia di ore passate in community gaming, vi racconto come e perché sono nati davvero questi espedienti leggendari.

Le origini: quando i programmatori lasciavano backdoor nei loro giochi

I cheat code non nascono dall'esigenza di rendere più facile un gioco. Nascono dal bisogno opposto: permettere ai creatori di testarlo senza impazzire. Negli anni Ottanta, quando i videogiochi iniziavano a diventare complessi, gli sviluppatori avevano problemi seri. Per raggiungere il livello finale di un gioco, poteva servire un'ora di gioco ininterrotto. Se dovevi testare quel livello diecimila volte? Impossibile.

La soluzione era inserire nel codice del gioco dei comandi nascosti che permettessero agli sviluppatori di saltare sezioni, ottenere vite infinite, accedere a livelli specifici senza completare quelli precedenti. Questi comandi dovevano rimanere invisibili ai giocatori finali, nascosti nel sorgente ma accessibili tramite sequenze di input strane e difficili da scoprire casualmente.

Il primo grande caso documentato riguarda Warren Robinett su Adventure per Atari 2600, nel 1980. Robinett inserì un vero e proprio easter egg: una stanza segreta dove il suo nome appariva sullo schermo. Non era un cheat code vero, ma il principio era lo stesso. Voleva rimanere nella storia, e la Atari aveva una politica di anonimato per gli sviluppatori. Robinett decise di lasciarsi una firma.

L'aneddoto di Konami e il codice che dominò gli anni Novanta

Se dobbiamo parlare di un cheat code entrato nella cultura pop mondiale, il Codice Konami merita la corona. La sequenza è identica su centinaia di giochi: su, su, giù, giù, sinistra, destra, sinistra, destra, B, A. Seguito da Start. Semplice da ricordare, quasi ipnotico a digitarlo.

Nasce nel 1986 in Contra, gioco arcade violentissimo e tremendamente difficile. Kazuhisa Hashimoto, il programmatore Konami, stava testando il titolo per l'home port su NES. Contra originale era quasi impossibile da completare in una sessione: doveva testare decine e decine di livelli. Creò questa sequenza per darsi trenta vite e procedere tranquillamente nei test.

Non era per il giocatore finale. Ma quando Contra uscì nel 1987 su NES, qualcuno scoprì il codice per caso, lo condivise, divenne virale. Un lettore della community mi ha scritto proprio pochi mesi fa: "Ricordo di aver letto il codice Konami su una rivista di videogiochi cartacea. L'ho provato e ho creduto di aver scoperto un tesoro sepolto". Oggi quel codice è inserito volontariamente in decine di giochi, è diventato un omaggio a Konami, quasi un simbolo rituale.

Dagli espedienti di debug ai codici diventati feature

C'è un momento in cui i cheat code da strumento di sviluppo diventano una feature vera e propria. Negli anni Novanta, gli sviluppatori realizzarono che i giocatori li amavano. Allora decisero di includerli ufficialmente, ma con una piega interessante: li nascondevano comunque, creando una sorta di caccia al tesoro.

Doom di id Software con il suo IDDQD per l'invincibilità e IDKFA per armi infinite rappresenta il momento di transizione. John Carmack e il team sapevano che i tester avrebbero scoperto questi comandi. Decisero di lasciarli, ma di mantenerli nascosti nei readme, conosciuti solo da chi scavava nella documentazione o si connetteva a BBS e forum online.

Ricordo di aver trovato per primo il codice LEVEL01 in Doom per saltare direttamente ai livelli: mi sembrava di aver violato il gioco, di aver scoperto un bug. In realtà era tutto intenzionale. Lo stesso succede in StarFox con il percorso alternato, o in Sonic con le zone bonus: il giocatore si sente intelligente a trovarli, ma lo sviluppatore ha lasciato le briciole di pane.

Perché i cheat code sono quasi scomparsi dai giochi moderni

Oggi è raro trovare un vero cheat code nei giochi mainstream. Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, le piattaforme moderne permettono debug molto più sofisticati. Gli sviluppatori possono testare sezioni specifiche del gioco senza inserire comandi nel codice finale.

In secondo luogo, i giochi sono online. Inserire cheat code in un multiplayer competitivo sarebbe un incubo: ogni giocatore potrebbe attivare vantaggi ingiusti. I server-side check rendono il cheating più tracciabile e punibile.

Ma la vera ragione? Il design stesso dei giochi è cambiato. Gli RPG narrativi moderni come The Witcher 3 o Elden Ring sono costruiti in modo che la difficoltà sia parte dell'esperienza. Un cheat code che bypassa tutto questo salirebbe il giocatore dal racconto. Negli anni Ottanta e Novanta, il racconto era opzionale. Ora è il cuore del gioco.

Un consiglio da chi crea contenuti gaming

Se state creando un gioco indie e volete includere cheat code, considerate il contesto. Funzionano benissimo in giochi arcade, roguelike, titoli roguelite dove le "corse" sono multiple. Inserite comandi difficili da trovare casualmente. Fateli scoprire attraverso easter egg, documenti nascosti nel gioco, segreti che ricompensano chi esplora.

I cheat code migliori sono quelli che sembrano segreti, non trucchi. La differenza è sottile ma determinante per l'esperienza di gioco.

Chiara Castioni
Chiara Castioni

Chiara ha iniziato a giocare su computer condiviso con il fratello maggiore e si è poi appassionata alle narrazioni immersive nei giochi RPG. Modera una community online di fan degli indie italiani e recensisce nuovi titoli, raccontando con entusiasmo anteprime e segreti del settore.