Nier: Automata – La Recensione


Dall’uscita della demo, qualche mese addietro, Nier: Automata ha diviso la redazione. Alcuni sostenevano a scatola chiusa che fosse un capolavoro, altri, come me, dubitavano della buona riuscita di un titolo che sembrava un’insalatona di generi e cliché senza una chiara direzione. Per di più si tratta di un open-world, genere di cui il sottoscritto ha le cosiddette abbastanza sature.

Immaginate dunque la rottura di scatole quando mi sono trovato a dover recensirlo proprio io (unico redattore disponibile al momento) e la sorpresa quando ho scoperto di essermi fatto un’idea totalmente errata su questo sorprendente titolo.

Vediamo dunque come hanno fatto i Platinum Games a coniugare una moltitudine di generi in un titolo davvero sorprendente.

 

Storia e personaggi

Anno 5204 A.D., ciò che resta dell’umanità è stato costretto a rifugiarsi sulla luna dopo l’attacco improvviso di una non specificata razza aliena, che ha invaso il pianeta utilizzando un’armata di biomacchine. La battaglia ha infuriato per quasi due secoli, ed è stata delegata interamente agli androidi, macchine senzienti dalle fattezze umane e totalmente prive di sentimenti. Nessuno dei contrattacchi si è dimostrato decisivo ed il pianeta terra resta invaso dalle biomacchine, con poche sacche di resistenza dislocate sulla superficie della Terra. Gli YoRHa, un gruppo d’élite di androidi combattenti, forniscono supporto specializzato alla resistenza, occupandosi di fronteggiare biomacchine troppo numerose o dalle dimensioni esagerate, impossibili da sconfiggere per gli androidi della resistenza. Gli attacchi partono dal Bunker, una stazione orbitante dalla quale gli YoRHa scendono sulla superficie del pianeta mediante unità di volo trasformabili.

Un accampamento in particolare si trova sotto la minaccia di una gargantuesca biomacchina di classe Goliath, e l’androide 2B, insieme alla sua squadra, viene inviata a distruggerlo.

Questo è l’incipit di Nier: Automata, che ci vedrà vestire i panni di 2B, affiancata dal fedele 9S, androide da ricognizione, in una trama che parte da una premessa abbastanza scontata ma evolve in qualcosa di assolutamente inaspettato.

Non parliamo di qualche colpo di scena buttato qui e là a casaccio, i Platinum Games, sotto la direzione di Yoko Taro, hanno creato una delle trame più sorprendenti e convolute degli ultimi anni, che riesce a toccare tutti i temi e le emozioni più propriamente umani, attraverso robot (le biomacchine e gli androidi) che di umano pare abbiano davvero ben poco.

Qui su Breakingames la politica no-spoiler è ferrea, quindi non introdurremo ulteriori elementi della trama, ma sappiate che ogni gameplay e ogni scelta vi fornirà ulteriori elementi per ricostruire un quadro complesso e variegato, in cui nulla è ciò che sembra e tutto è in perpetuo divenire.

Facciamo soltanto un breve accenno alle quest secondarie, perché in questo titolo (ed è un caso davvero raro, soprattutto negli open-world più recenti) aggiungono davvero spessore alla trama. Non sono tutte meccanicamente eccelse, bisogna ammetterlo, ed alcune sono poco più che delle fetch-quest, ma ognuna di esse contiene frammenti importanti, seppur secondari, della trama nella sua globalità. Alcune di esse sono bislacche, altre più seriose, ma hanno tutte qualcosa da dire e quando lo fanno colpiscono nel segno.

Se vi piacciono i giochi con una trama complessa e coinvolgente (oltre che provvisti di meccaniche di gioco solide) potete anche smettere di leggere e comprarlo a scatola chiusa.

Coloro interessati anche agli aspetti tecnici invece proseguano la lettura.

 

Grafica

La grafica, su PlayStation 4 (non PRO), è la pecca più grande di questo gioco.

I problemi maggiori riguardano i dettagli delle texture, la profondità di campo e occasionali cali di framerate, piuttosto fastidiosi e frequenti sulla versione da noi provata. Nelle scene più concitate o in presenza di boss di notevoli dimensioni il framerate ha la tendenza a calare da 60 fps a quasi 50 fps, creando qualche problema con le schivate.

Non si tratta però di problemi insormontabili, anzi, per essere un titolo in cui lo schermo è quasi sempre pieno di nemici e proiettili gli sviluppatori hanno fatto un lavoro eccellente, sacrificando un poco di risoluzione delle texture a favore della giocabilità.

Gli ambienti in generale appaiono quindi un filino spogli, ma quello che non manca è la varietà. La natura open del mondo di gioco non ha permesso di inserire ambientazioni eccessivamente incongruenti tra loro e, ogni tanto, ci torna in mente la parola cliché, ma il senso di coerenza generale, unitamente ad un paio di genuine sorprese ha avuto la meglio su ogni possibile rimostranza.

Passare senza soluzione di continuità da un impianto industriale alla città che lo circonda per poi finire in un deserto poco lontano è davvero piacevole e ci ha ricordato i migliori capitoli di saghe come quella di Legend of Zelda.

 

Sonoro

Il comparto audio è sicuramente uno dei gioielli più preziosi di Nier: Automata. Dire che la cura profusa in esso rasenta la maniacalità sarebbe riduttivo.

Il doppiaggio è in inglese, con ottimi sottottoli italiani, e il voice acting di tutti i personaggi è davvero di altissimo livello. Le parti doppiate, così come quelle testuali (non tutti i quest giver secondari hanno una voce, purtroppo), sono sempre sensate, mai fuori contesto e non danno quell’impressione di recitazione alla “tanto per farlo” che purtroppo abbonda in altri titoli contemporanei.

La trama, più che nelle cut-scene (ci sono anche quelle, beninteso, e sono qualitativamente ottime), viene convogliata attraverso i dialoghi apparentemente “casuali” tra i personaggi principali, le chiacchiere con gli operatori del Bunker, i rapporti di fine missione, ma anche e soprattutto attraverso le voci dei nemici ambientali. Si, perché oltre a “uccidere, uccidere” i nemici che incontrerete per caso, in folti gruppi, durante il gioco, diranno tante cose. E chi ha orecchie per intendere intenderà quasi subito che, forse, non buttano li frasi a casaccio.

Anche gli effetti sonori sono molto curati, sempre appropriati e riescono a fornire un feedback adeguato delle azioni a schermo, aiutandoci particolarmente durante i combattimenti più concitati, in cui lo schermo, come detto poco sopra, è strapieno di stimoli visivi.

Infine abbiamo le musiche.

Sempre appropriate al contesto, le musiche di Nier: Automata usano la tecnologia adattiva, per modificare in tempo reale la base, a seconda dell’azione che si svolge sullo schermo ed a seconda dello scenario in cui ci troveremo. Infatti i Platinum Games hanno progettato e realizzato anche un sistema di gestione dinamica delle eco ambientali, grazie al quale ogni stanza in cui ci troveremo cambierà la dinamica delle musiche e degli effetti sonori.

Partendo da musiche spettacolari, ascoltare per credere, nelle fasi più rilassate il gioco taglierà via gli elementi incalzanti, come la sezione ritmica degli archi, per farla ripartire quando spunteranno gruppi di nemici ed inizierà il combattimento ed escluderla nuovamente poco dopo che li sconfiggeremo.

Si tratta di una crassa semplificazione, ma rende bene l’idea di ciò che gli sviluppatori di Platinum Games hanno fatto pur di rendere al meglio le dinamiche audio del loro titolo.

La colonna sonora è incredibilmente energetica, con una nota di malinconia quasi costante, anche nei pezzi più allegri, che ottimamente si sposa con le tematiche affrontate da questo titolo.

Insomma, cosa si può volere di più?

 

Giocabilità

La giocabilità di Nier: Automata appare davvero solida.

Stiamo parlando di un titolo ibrido, un incrocio tra un action-RPG, con le relative meccaniche esplorative e di combattimento, ed uno shooter in due dimensioni. Combinazione davvero particolare, non c’è che dire.

Il gioco si divide quindi, senza soluzione di continuità, in sezioni 3D e sezioni 2D a scorrimento (orizzontale o verticale), con qualche passaggio intermedio (potremmo dire a 2,5D).

La natura particolare del titolo, devo dire, mi aveva un poco intimorito all’inizio. Si tratta infatti di un gioco particolare, in cui i combattimenti fondono le dinamiche di titoli action come Bayonetta o Devil May Cry a quelle di una tipologia di videogames che non ho mai particolarmente amato, i cosiddetti “bullett-hell”, genere di cui è esponente il micidiale Ikaruga.

Si tratta di titoli in cui, solitamente, il 90% dello schermo è coperto da proiettili, nostri e dei nemici, e in cui morire è l’esperienza più frequente.

Ma anche qui i Platinum Games hanno svolto un lavoro eccellente. I proiettili sono ben visibili, hanno pattern geometrici e relativamente prevedibili e, dopo un poco di pratica, possono essere schivati quasi agevolmente. Cionondimeno le sezioni di shooting rimangono davvero impegnative, mai eccessivamente frustranti e davvero soddisfacenti da portare a termine, soprattutto ai livelli più alti di difficoltà.

I combattimenti all’arma bianca sono fluidissimi e coinvolgenti, grazie ad un quantitativo davvero enorme di combinazioni tra differenti armi, abilità e stili, nonché per merito di una buona varietà di nemici, ognuno dei quali presenta punti di forza e debolezze peculiari e spesso complementari. Non sarà affatto facile affrontare diverse tipologie di nemici in gruppo, poiché tenderanno ad attaccarci con abilità diverse allo stesso tempo, spesso in maniera integrativa. Ci troveremo quindi ad affrontare combattimenti contro nemici che spareranno, mentre altri ci attaccano fisicamente ed altri ancora si dimostrano immuni ai proiettili, grazie a scudi e armature.

Dovremo quindi essere sempre pronti a variare il nostro stile e capiterà anche di essere sopraffatti per aver pensato erroneamente di poter attaccare tutti a testa bassa. Per prevalere servirà una mente strategica e flessibile, disposta ad abbandonare al volo strategie inefficaci e utilizzarne subito una diversa, a seconda di chi ci troveremo di fronte.

I controlli dei personaggi fortunatamente sono precisissimi e potremo realizzare combo, schivate, attacchi dalla distanza mediante proiettili e abilità speciali, il tutto con una fluidità ed una accuratezza estreme. L’unica pecca riscontrata è l’abbondanza di comandi da impartire ed una mappatura dei tasti non proprio perfetta, che ci dà l’impressione che ci sia sempre un tasto di troppo da premere simultaneamente ad altri.

Si tratta però di un’impressione assolutamente personale, dato che il sottoscritto è abituato ad utilizzare soltanto quattro dita per giocare (tutta colpa del SEGA Mega Drive), e sono sicuro che chi utilizza anche i medi di entrambe le mani non condividerà assolutamente le mie rimostranze.

Bisogna aggiungere comunque che gli sviluppatori hanno incluso tre diverse mappature per il DualShock4 e, incredibilmente, anche la possibilità di creare una mappatura completamente personalizzata.

Nulla da ridire sui boss. Vari, curatissimi, dotati di motivazioni a tratti bislacche o incomprensibili, ma in fondo assolutamente in linea con la trama, ma soprattutto divertenti da affrontare e mai “scorretti”. Affrontarli è dura, ma soddisfacente. Insomma, anche qui gli sviluppatori hanno svolto un lavoro di prima categoria.

 

Longevità

Difficile parlare della longevità del titolo. Una singola run, da titoli di testa a titoli di coda, dura circa 6-8 ore, che diventano facilmente 15-18 se volete sbloccare tutto lo sbloccabile, tra quest secondarie ed armi.

Il “problema” (non lo è, ma lo chiameremo così) è che vi renderete conto subito di volerlo rigiocare e li scatta qualcosa. Il “new game plus” ha un segreto, collegato ai finali alternativi, che non vi sveleremo qui.

Vale assolutamente la pena di continuare, dopo i titoli, fidatevi di noi. D’altronde, parafrasando il trailer di lancio, “la fine è solo l’inizio”.

 

Localizzazione

Come sopra accennato, Nier: Automata è sottotitolato in italiano, mentre il doppiaggio è esclusivamente in inglese. Risulta però comprensibile a chiunque abbia un livello medio nella comprensione dell’inglese, grazie ad un voice-acting chiaro quanto ispirato.

 

Conclusioni

Nier: Automata è l’Action-RPG-Shooter-Open-World che non ti aspetti.

Non si tratta di un titolo privo di difetti, ma guardato nella sua globalità sembra non averne.

Tutto è funzionale ai fini dell’esperienza e raramente abbiamo avuto tra le mani un titolo che riuscisse a toccarci tanto nel profondo ed a farci divertire come matti allo stesso tempo.

Si tratta sicuramente di uno dei migliori titoli degli ultimi anni e resterà sicuramente nei nostri cuori per molto, molto tempo a venire.

Personalmente è uno dei titoli che mi auguro non abbiano un sequel diretto. Una perla rara che ha bisogno di un sequel tanto quanto ne necessita il “Don Chisciotte” di Cervantes.

 

Voto: 9.5

 

 

Versione 1.02 – 1.03

Provato su Sony PlayStation 4

Versione stampa fornita da Square-Enix mediante Koch Media Italia


Foto del profilo di Cristiano Di Salvo

Informazioni su Cristiano Di Salvo

Videogamer da praticamente sempre, mi sono fatto le ossa su titoli come Commander Keen, The Secret of Monkey Island e Dune quando ancora non sapevo cosa fosse una divisione in colonna. A più di due decenni di distanza ho imparato anche a fare le frazioni, ma la passione per il gaming è rimasta sempre la stessa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserisci il CAPTCHA prima di confermare. *