Grafica e FPS: Quando le Dimensioni non Sempre Contano 1


Il mercato videoludico è un settore che, a differenza di tanti altri, non conosce crisi. Da diversi anni è in costante crescita, in grado di competere sia per utili che per fatturato con brand e settori più blasonati i quali, purtroppo, devono fare i conti con un periodo storico non del tutto favorevole. Che si tratti di mostre nostrane o internazionali, ogni anno viviamo immancabilmente eventi promotori sia di software che di hardware che sbeffeggiando letteralmente chi qualche anno è costretto a restare a casa. Ma con esso, nell’era della grafica e dell’ fps, di conseguenza, è cambiato anche il videogiocatore. E purtroppo non sempre in termini di crescita.

L’eterna corsa contro il frame

Il settore Gaming è strettamente connesso con le esigenze del videogiocatore, è una simbiosi sempre esistita, almeno da quando l’uomo ha memoria. Ogni qualvolta un prodotto viene lanciato sul mercato, nei retroscena industriali si sta già lavorando per migliorarlo. Spesso il miglioramento qualitativo del prodotto finale è associato alla grafica e al frame rate (in gergo FPS) che di fatto determinano un prodotto visivamente migliore e più fluido. L’evolversi della tecnologia ha favorito nettamente questa caratteristica del videogioco inserendola, purtroppo spesso, come punto cardine  durante la catena di montaggio, costruendo poi intorno ad essa la restante parte. Tralasciando però ciò che è alla base di tutto: l’anima di un gioco. E allora come mai ad oggi le Software House puntano in maniera quasi forzata al raggiungimento di FPS e grafica spacca mascella oltre limite? Come mai talvolta bloccare un gioco sui 30fps può risultare indice di fallimento in quest’era videoludica? La risposta, secondo noi, è da ricercare nell’elemento Alpha di ciascun gioco, ovvero ciò che chiede l’utente finale e quindi noi stessi.

Players a confronto

Chi come lo scrivente ha vissuto la nascita dei videogiochi sa che quest’ultimo nasce innanzitutto quale passatempo. Lo status di videogiocatore e il significato intrinseco che cela oggi va ben oltre l’idea comunitaria di  decenni or sono  per la quale premere dei tasti su di un gamepad (o meglio noto come Joystick ai tempi) era solo una pratica di distrazione e divertimento. Che è quello che dovrebbe prefissarsi ogni gioco: divertire e trasmettere emozioni. Nei tempi che furono, i target del frame rate e della grafica erano valori dei quali nessuno parlava. Non aveva senso. Si discuteva principalmente del gioco in se, la sua storia, la narrazione e ciò che alla fine ti aveva trasmesso: solo li si determinava il successo o la morte di un titolo. Con il cambio generazionale, sia in termini umanitari che tecnologici, la costante per eccellenza è stata messa in discussione. Il videogiocatore ha preteso un prodotto visivamente migliore e il mercato glielo ha offerto. Non bastava più giocare per divertirsi ma bisognava trasformare il Gaming in qualcosa di più “maturo”, in qualcosa che pian piano ci ha divorato senza accorgercene e del quale siamo i diretti responsabili. Che poi ci abbia lasciato dentro qualcosa è un esame rimandabile a data da destinarsi. La parte grafica è ovviamente una caratteristica importante del gioco, che sia chiaro, anch’essa nell’insieme determina un prodotto migliore o peggiore. Creare oggi dei videogiochi con una qualità scadente sarebbe da suicidio per una SH; ma lo stesso risultato si ottiene quando si pompa troppo un prodotto e poi alla fine rimane solo fumo e poco arrosto. Spesso capita di imbattermi in forum ove le prime domande si rivolgono alla grafica ed agli FPS e spesso mi rendo conto che i giocatori, oggi, sono in confronto tra di loro: quelli di vecchia data, come me, alla ricerca di un prodotto completo, al termine del quale si rendono conto di aver ricevuto qualcosa, che accettano il progresso tecnologico, ovviamente, ma che non ne fanno un dramma se un titolo viene fuori ad una risoluzione “da compromesso”; e quelli dell’era “digitale”, ove la grafica, la risoluzione ed i frame ne fanno da padrona, legandosi principalmente alla qualità visiva di un gioco piuttosto che sull’esperienza ricevuta e quello che ne rimane.

Successi ed insuccessi

Per quanto detto fino ad ora mi viene da prendere in esempio un titolo molto apprezzato da pubblico e critica, vincitore di numerosi premi e che, come parecchi di noi, ho avuto modo di giocare ed amare: The Last of Us. Non sto qui a raccontare troppe cose del titolo evitando spoiler per chi ancora non lo avesse giocato, ma posso testimoniare che, nonostante un mercato saturo di titoli survivor in stile horror o simili, il prodotto offerto da Naughty Dog è inizialmente un viaggio. Costretti a sopravvivere in un mondo andato ormai in rovina, il nostro personaggio dovrà farsi strada non solo tra mutanti, ma anche di quello che è l’uomo oggi. Certe scelte non saranno facili, abbiamo vissuto un dramma familiare e quello che sarà l’insegnamento ricevuto durante questo viaggio è tutto da scoprire. Ebbene, nonostante il titolo abbia visto l’uscita di una versione remastered, la versione originale ha goduto di pieni voti, anche senza gridare al miracolo tecnologico in termini di grafica ed FPS, piuttosto che di filtri o altro come il recente HDR. Giusto per citarne uno, perché titoli di questo calibro ce ne sono, anche senza l’azione da sparatutto, come il rinomatissimo Journey. Per chi se lo fosse perso lo consiglio vivamente, un viaggio che vi resterà dentro sicuramente.

Conclusione: Il videogiocatore è cambiato. Godere dei vantaggi di un’epoca tecnologica ha dato i suoi frutti ma alcuni di essi troppo amari; vivere l’esperienza di gioco condizionata dal comparto tecnico è un dente dolente che purtroppo oggi attanaglia troppi players, condizionando di conseguenza lo sviluppo di un titolo. Giudicare un gioco innanzitutto per ciò che ci ha lasciato dentro è il miglior approccio che possiamo fare permettendo a noi stessi di giovarne in primis e l’industria videoludica poi.


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